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FARE L'EUROPA

Quando, nel 1989, con al caduta del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda, gli Europei si trovarono apparentemente di fronte a una nuova realtà politica, si palesò per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale uno scenario geopolitico che suscitò immediatamente, seppure in modo incerto, nuove aspettative. Se  infatti da un lato i cultori dell'idea federativa e sostanzialmente impolitica dell'Europa intravidero la possibilità di attuare l'antico, ambiguo e insieme utopistico progetto federativo, altri settori come quelli che per semplificare chiameremo nazionalneutralisti e quelli genericamente ricollegabili al mondo della destra radicale e nazionalrivoluzionaria, ipotizzarono la nascita di un blocco continentale capace di darsi una struttura politica e una struttura strategica di difesa che garantisse la piena autonomia dagli Stati Uniti, l'uscita dalla NATO  e nel contempo fosse in grado di stabilire relazioni amichevoli ed equilibrate coi regimi rivoluzionari arabi e iraniano, con la Russia e con le varie nazioni del continente Nero. Prospettandosi una nuova realtà economica e politica per tutta l'Europa Massimo Fini fu tra i primi a denunciare il superamento e l'inutilità dell'Alleanza Atlantica, secondo una logica ferrea ma astratta, che purtroppo non teneva conto delle volontà di sottomissione di quasi tutte le nazioni europee e del tipo di scontro che si andava delineando.


L'unificazione della Germania, soprattutto negli ambienti nazionalrivoluzionari, ma anche in ampi settori della popolazione europea, anziché evocare antichi timori appariva come uno dei fattori trainanti in un processo, per quanto vago, di unificazione europea. Senza voler ripercorrere tutti i passaggi, le lacerazioni e le involuzioni che di contro ci hanno portato alla situazione attuale, caratterizzata da un diffuso scetticismo nei confronti di istituzioni che poco hanno a che vedere con l'idea di uno stato sovranazionale con una sua politica unitaria, sarà sufficiente ricordare che nella storia dell'unificazione europea di quegli anni c'è un vulnus non ancora ricompostosi, la guerra nei Balcani, che dimostrò l'impotenza e l'impossibilità da parte europea di gestire una crisi interna, anche grave, senza che i padroni del mondo, i vincitori delle precedenti guerre mondiali, gli Stati Uniti, si ritenessero in diritto e in dovere di intervenire; senza, soprattutto, poter esercitare un potere militare stabilizzatore e quindi un'azione diplomatica credibile.

Le popolazioni europee, oggi, scontano la classica politica del divide et impera praticata da oltre settant'anni, un lavaggio del carattere che come effetto della colpevolizzazione ha prodotto, unitamente a una cultura dell'individualismo e del terrore nucleare, una sostanziale sterilizzazione documentata oggi da uno spaventoso invecchiamento demografico.


L'Unione Europea, intesa come idea e non solo come istituzione, viene oggi percepita come una realtà avulsa dalle decisioni e dalla volontà dei popoli, e non a caso, anche perchè l'unico contraltare che può essere proposto all'idea di un potere burocratico e monetario è l'attuazione degli ideali dei federalisti, come se questi non fossero stati già attuati e non avessero rivelato tutta la loro vanità e strumentalità. Anche per questo, per frenare la deriva neoregionalista e minimalista che può risultare solo perdente, suicida, di fronte alle sfide di tutti i grandi imperi mondiali, fra i quali addirittura va considerato quello brasiliano, senza parlare di Cina, India, Russia, USA, è vitale recuperare l'idea di Europa nella sua forma imperiale, e recuperarla significa in realtà considerarla come un qualcosa che fino ad ora è veramente mancato nella coscienza dei popoli del continente.
Fa specie, in questo senso, sentire parlare i nipotini dei padri fondatori federalisti, parlare del sogno di un Europa che non conoscesse più guerre, quando non si vedono sopite le antiche rivalità e l'intreccio delle politiche che pur non dovendo ricorrere all'azione militare testimoniano una rissosità e una mancanza di obiettivi e di politiche comuni in nome dei mai sopiti egoismi nazionali.


Eppure il pensiero politico, nelle sue varie sfumature e tendenze di nazionalismo europeo aveva già tracciato la strada per l'unificazione politica rivoluzionaria del continente, almeno a partire da Schmitt e Haushofer fino a Junger e Thiriart passando per Drieu La Rochelle. Non a caso si deve e si può parlare di patriottismo e nazionalismo europei, in quanto, fatta una serie di distinguo e di precisazioni, il mito dell'Europa politica non si discosta da quelle delle singole patrie ottocentesche, anche se la similitudine va intesa in senso lato, trattandosi di epoche, realtà e problematiche diverse. Pure, identica è l'urgenza di recuperare un'idea di causa comune, di diffonderla e renderla patrimonio di tutti i popoli europei, certo non riciclando e ingigantendo l'idea ottocentesca di patria, mariprendendo il concetto di impero, in senso schmittiano, e adattandolo alle condizioni attuali. Questa non può essere una formula, assomiglia piuttosto a un'utopia, ma è l'unica che ci resta.


Si deve quindi ripartire, sul piano della cultura politica, dall'ipotesi di un recupero dell'idea imperiale, consapevoli che è tuttora in atto la crescita di diversi movimenti indipendentisti e separatisti che addirittura vedono ancora nello Stato nazione l'unico rischio e pericolo per l'esistenza di piccole patrie destinate di fatto a polverizzarsi in assenza di una più grande casa comune, ovvero a minare alle fondamenta l'ipotesi dell'Europa nazione.
Già Haushofer, nel suo Geopolitica delle Pan-Idee , aveva intravisto chiaramente un futuro fatto di egemonia americana, affermazione di realtà come Cina, India, il risveglio dell'Islam con le rinnovate ambizioni politiche e i problemi della globalizzazione, il tema dei grandi spazi e la concretezza della pan-idee, capaci di incidere sulla realtà, o comunque di prospettare degli scenari, come nel caso di Napoleone.


Accanto alla prospettiva geopolitica delineata da uno dei maggiori espoenti di quella dottrina si colloca la riflessione giuridica di Carl Schmitt, con il suo Il concetto d'Impero nel diritto internazionale , in cui vede la dottrina Monroe come il precedente significativo del principio di grandi spazi nell'ordinamento internazionale, accanto a quello del controllo e della sicurezza delle vie di traffico dell'impero britannico. Proprio l'esempio della dottrina Monroe consente a Schmitt di definire l'idea di Impero nel diritto internazionale: infatti dopo aver precisato che un ordinamento spaziale si connette all'idea di Impero, e che in questo senso sono imperi quelle potenze egemoniche e preponderanti la cui influenza si irradia su un determinato grande spazio, lo studioso aggiunge che dalla dottrina Monroe non deriva che Argentina e Brasile, ad esempio, facciano parte integrante degli Stati Uniti. Questo, tuttavia, non toglie che a ogni impero corrisponde un grande spazio in cui prevalgono le sue idee politiche e non sono consentiti interventi estranei: qui, va da sé, non è difficile tornare con la mente alla situazione dei Balcani di cui sopra, dato anche che viene definita basilare l'interdipendenza delle idee di impero, grande spazio e principio di non intervento. Soprattutto è interessante notare come Schmitt ritenga che l'idea di impero possa essere assunta come pietra angolare del nuovo diritto internazionale.


Va da sé che la sistemazione filosofico-giuridica dell'idea imperiale resti una formula astratta se non se ne consideri la progettazione e la costruzione politica. Anche su questo piano il lascito di uno dei principali intellettuali e teorici della destra radicale storica, Pierre Drieu La Rochelle, risulta di grande attualità in relazione all'ideale europeo e alla necessità vitale della sua attuazione. Per lui “Domani ognuno capirà, qualsiasi speranza o sogno possa nutrire, che la Francia, come ogni altro paese europeo, come l'Inghilterra insulare, come la Germania, non riuscirà più a ritrovare quell'integrità fisica, quella chiarezza nei caratteri spirituali che è parsa negli ultimi secoli di nazionalismo la condizione essenziale per la vita dei popoli. In questo senso non ci saranno né vinti né vincitori.O, meglio, ci sarà una sola vincitrice: l'Europa. L' Europa non può vivere senza patrie e, certamente, morirebbe se osasse distruggerle, perché sono i suoi organi essenziali; ma le patrie non possono più vivere senza l'Europa. L'hanno dilaniata nel periodo della loro crescita meravigliosa, come ragazzi che si emancipano crudelmente dalla loro madre per divorare la loro parte di destino; ma oggi devono rifugiarsi e riprendere energie dentro di lei” . Se il linguaggio può a tratti apparire arcaico e utilizzato per tematiche che sconfinano nell'utopia e nel ricordo dei tempi ella guerra civile europea, pure la visione di Drieu si configura come una precisa preveggenza e conoscenza di tutti gli aspetti dello scenario che oggi ci si presenta, e queste considerazioni valgono ancora di più per la stringente attualità di un testo come Ginevra o Mosca , in cui espone la sua concezione sovranazionale affrontando temi e osservando una realtà che non si discosta molto da quella odierna per quanto attiene al risorgere dei nazionalismi, considerati illusoriamente come via d'uscita di fronte alla crisi mondiale e all'avanzata degli altri Imperi.illusioriamente anche perché la realtà attuale si presenta estremamente sfuggente: siamo abiutuati a ragionare in termini di Patrie fisiche, con uno spazio definito e tangibile, e la difesa dello spazio fisico, insieme al recupero della dimensione culturale e spirituale sono fondamentale per la rinascita dell'Europa, se mai avverrà, ma non possiamo ancora prevedere come si manifesteranno le strategie dei nuovi imperi, se poggerrano piuttosto sulla forza militare, su quella economica, o su quella satellitare, o, più probabilmente sulla loro sinergia, ma siamo già sbalorditi di fronte alla consapevolezza che l'odierno imperialismo cinese, di cui ci sfuggono ancora i contorni e le strategie, sta già colonizzando l'Africa, per usarla, come pensa qualcuno, come gigantesca testa di ponte antieuropea.


La larvata percezione di queste dinamiche dev'essere stata senz'altro presente a Ernst Junger, a differenza di Drieu testimone dell'intero secolo breve: fautore di un'idea di impero continentale che non si fondasse su una nazione e preservasse, come in quello austroungarico le specifità linguistiche, osservava costernato come a Bruxelles e a Strasburgo si litigasse su latte, uova o patate senza parlare mai di governo comune o di soppressione delle frontiere , e qui la sua polemica, legata al contingente, può risulta necessariamente obsoleta rispetto agli stessi sogni di Drieu, essendo oggi ben altri i temi di frizione e di discussione, ma non meno pertinente quanto al metodo e ai presupposti istituzionali, anche se sappiamo bene, come aveva sottolineato anche Evola, che Junger rischia di rimanere suggestionato dai presupposti pseudopacifisti alla base dell'idea originaria di Europa.


Sotto questo aspetto risultava decisamente più radicale e militante la visione dell'Europa di Jean Thiriart, un autore assolutamente da riscoprire in chiave di ripensamento e progettazione dell'idea imperiale. Il suo L'Europa: un impero di 400 milioni di uomini, in cui delinea i principi della sua visione nazionalcomunitarista, è un testo da riscoprire nell'ottica di un rilancio delle tesi terzaforziste e del nazionalismo europeo. Apprezzato da Peron, Thiriart ci ha affidato il compito di definire e affinare le linee di una rivoluzione continentale che superi tutti i nazionalismi di sinistra e di destra, come aveva ben capito Adriano Romualdi . Romualdi, proprio riprendendo le tematiche di Thiriart, interviene a sua volta già nella prima metà degli anni Settanta, nel dibattito interno alla Destra sulla cultura europea e la crisi del nazionalismo, come recitava appunto il titolo di un suo scritto. Partiamo quindi da un lascito ideologico e culturale sull'idea d'Europa composito, seppur incompleto e datato, e certo insufficiente a fornire le soluzioni a tutti i problemi posti dalla realtà politica attuale.


Basti, a questo proposito, la messa a fuoco di uno di essi: nel quadro della valorizzazione di tutte le patrie uno dei presupposti per il rilancio del mito dell'Europa sarà il pieno rifiuto dell'antigermanesimo strisciante, elemento tossico basato sul riciclaggio di antichi slogan e destinato a divenire il vero cavallo di Troia angloamericano, bancario e massonico, un cavallo che tuttavia è da smontare contrastando anche certi atteggiamenti e comportamenti della Germania, non di rado miglior nemica di sé stessa.


L'Europa cui guardiamo, che abbiamo nel cuore, è greca, romana, germanica, e se non sarà così avrà forse conservato un termine più elegante dell'unico residuo della nostra civltà previsto da Celine, ma non farà molta differenza.

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