LA LEGGE DEL SANGUE

 

 


Molto si è scritto nel dopoguerra sulla politica razziale del nazionalsocialismo ma ben pochi ne hanno compreso l’essenza. Quasi tutti hanno posto l’accento sull’interpretazione puramente biologica della stessa, senza rendersi conto che questo faceva parte unicamente della propaganda. Se andiamo ad analizzare nel profondo la politica tedesca degli Anni Trenta, ci rendiamo conto come la razza non fosse un fine della relativa legislazione ma un mezzo. Il reale scopo di quella politica non era certo quello di dar vita ad un popolo di alti, biondi e palestrati. L’obiettivo era molto più elevato: far riaffiorare la Weltanschauung, cioè la Visione del Mondo dell’antico popolo germanico. Si trattava di far riaffiorare lo spirito indoeuropeo, obnubilato da millenni ma ancora ben presente nell’inconscio dell’homo europeus.
Visione del Mondo che era radicalmente antitetica a quella allora imperante, anche in materia religiosa. Leggiamo quanto ha scritto Johann Chapoutot nel suo La legge del sangue: “La religiosità germanica si caratterizza innanzitutto per la prossimità tra il divino e gli uomini.Nelle religioni orientali (ebraismo, cristianesimo…), Dio è un signore potente e il fedele uno schiavo: nelle lingue semitiche, il verbo pregare deriva dalla radice abad che significa essere schiavo.

L’umiltà di fronte a Dio, tanto predicata da queste religioni, è perfettamente estranea allo spirito indogermanico, è un effetto della pietà orientale: poiché non è il servo del suo signore, l’uomo indogermanico prega per lo più non in ginocchio e con lo sguardo rivolto a terra, ma in piedi, guardando in alto, il palmo delle mani rivolto verso il cielo, postura di cui la statua dell’orazione ad Apollo, evocata tanto spesso nelle pubblicazioni naziste, fornisce l’esempio migliore”.
Visione del Mondo che non riguardava solo il popolo germanico ma l’intero Vecchio Continente. Lo scopo, non dichiarato in modo esplicito ma ricercato con costanza e decisione, era quello di riallacciarsi all’antica visione della classicità europea, dove corpo e anima non erano due entità separate e distinte ma si intersecavano vicendevolmente, appartenendo alla medesima realtà. Sempre lo Chapoutot ha scritto al riguardo: “La separazione tanto nefasta tra il quaggiù e l’aldilà, tra corpo e anima, tra materia e spirito, era sconosciuta ai germani. E’ stato necessario che spiriti ascetici venuti dall’Oriente importassero questa malattia in Europa perché l’uomo germanico, alienato e privato della natura dentro di sé, sprofondasse nell’infelicità: il cristianesimo porta con sé il carattere peccaminoso della carne. Ogni separazione tra il corpo e l’anima, tuttavia, è estranea al germano pagano, proprio com’è estranea al Greco dell’epoca classica o a Goethe. Come provano l’arte e la civiltà greche, o l’opera di Goethe, la germanità eterna è ostile a queste importazioni orientali: l’ideale della mortificazione della carne a vantaggio dell’anima, la nozione di un corpo che sarebbe prigione dell’anima trova nel Sigfried germanico un antagonista ancor più inconciliabile che nell’Apollo greco”.
Come si può ben vedere, si tratta proprio di una contrapposizione netta ed inconciliabile tra due differenti Visioni del Mondo. Chiariamo però un punto. Non stiamo dicendo che l’una rappresenti il Bene e l’altra il Male. Questa sarebbe una tipica interpretazione manichea di stampo biblico. Si tratta invece di due modi opposti di Essere in relazione alla Vita ed al Mondo. Appartenere all’uno o all’altro è determinato dal nostro essere più profondo. Anzi, di più: schierarsi con l’uno o con l’altro Fronte è dimostrazione di appartenenza concreta, oseremmo dire quasi carnale, alla propria Weltanschauung. Come scriveva Nietzsche, recuperando un antico detto di Pindaro, “divieni ciò che sei”.
Monito di estrema attualità in un periodo, come il nostro, caratterizzato dal fenomeno (nefasto) dell’immigrazione. Da una parte gli apostoli del Mondialismo unificante e genocida; dall’altra tutti coloro che si oppongono, difendendo l’identità di tutti i popoli, per preservare la biodiversità del mondo. Paradossalmente, o almeno in apparenza lo è secondo i dettami del politicamente corretto, i primi sono razzisti, gli altri no. Gli uni infatti affermano la superiorità della (pseudo)civiltà occidentale, a cui tutti i popoli dovrebbero agognare e sottomettersi nel proprio stile di vita; gli altri, al contrario, difendono le diversità ed il diritto/dovere di rimanere ancorati alla propria terra ed alla propria eredità ancestrale.
Insomma, come dicevamo all’inizio, spesso la realtà delle cose è ben diversa da come ce la vogliono rappresentare. Ecco perché ci viene da ridere quando sentiamo ambienti politici che si definiscono “identitari” parlare di immigrati integrati negli usi e costumi della terra che li ospita. Questo è esattamente il desiderio della Boldrini e dei suoi compagni: un melting pot informe, distruttore di tutte le etnie e di tutte le Nazioni, una forma moderna di comunismo terreno ed agognato. Lo stesso, per altro, tanto desiderato dal capitalismo apolide che ci vuole tutti ridotti a larve consumatrici. Ecco perché è nostro dovere non solo preservare la nostra identità biologica, opponendoci all’invasione allogena, ma anche la nostra specifica cultura (indo)europea. Le due battaglie vanno di pari passo ed entrambe sono essenziali. Mangiare il kebab o il cibo spazzatura del Mac Donald’s è equivalente: in entrambi i casi, la nostra identità ne risulta sconfitta.