LUCIO SICCIO, GUERRIERO ASSASSINATO DAL POTERE

 

 


Gli uomini dovettero scendere da cavallo per poter proseguire. Erano circa cento usciti dall’accampamento in pattuglia per individuare le postazioni nemiche e un luogo sicuro per spostare l’accampamento. Nella guerra con i Sabini e gli Equi ,Roma aveva dovuto sopportare la sconfitta dei due eserciti mandati contro di loro. A Ereto, città al confine della Sabina, dove la Salaria si congiungeva con la Nomentana, e all’Algido, il monte sulla via Latina che collegava l’Urbe con la Campania, le legioni erano state messe in fuga dai guerrieri che abitavano quelle aree. Le battaglie erano finite male per i legionari perché i comandanti non erano stati nominati per le loro effettive capacità, ma in base ad un “Manuale Cencelli” ante litteram. A Roma, il potere era stato affidato ai Decemviri, una commissione di dieci uomini scelti per scrivere le leggi, sicché erano state sospese tutte le altre cariche per facilitare loro il compito. La stesura richiese due decemvirati, ma, mentre il primo aveva fatto il proprio dovere, il secondo aveva approfittato della sospensione delle consuete magistrature per gestire il potere a proprio uso e consumo. Era stato tutto lottizzato in base alle amicizie e alle clientele di ciascun decemviro, perciò non è affatto azzardato il riferimento al “manuale” usato dalla Dc per distribuire poltrone ministeriali.

I Romani mugugnavano ma non si ribellavano. Per scuotere un popolo sono necessari fatti eclatanti ed un potere che abbia la forza di sostenere la rivolta.
Torniamo perciò a circa 8 km a nord di Roma, nel territorio lungo il Tevere tra Fidenae e Crustumerium (Fidene e Settebagni), dove l’esercito sconfitto a Ereto si è malamente trincerato. Dall’Urbe sono partiti i rinforzi ed è imperativo spostare l’accampamento in territorio sabino. I cento uomini mandati in avanscoperta sono stati scelti, però, per compiere una missione ordinata dai Decemviri.
Narra lo storico del primo secolo a.C. Tito Livio: «Nelle truppe opposte ai Sabini militava Lucio Siccio. Questi, facendo leva sul risentimento nei confronti dei decemviri, si sarebbe messo a solleticare la massa dei soldati arringandoli in segreto con discorsi sulla necessità di eleggere dei tribuni e di ripetere la secessione. Per questo i comandanti lo mandarono a cercare un luogo adatto all'accampamento, dando disposizione agli uomini scelti per accompagnarlo nella spedizione di eliminarlo non appena si fossero trovati in una zona adatta».
Lucio Siccio Dentato era un combattente di una forza e di un coraggio straordinario. Eletto tribuno della plebe, aveva lasciato la carica e s’era arruolato rispondendo all’appello di Roma. Le battaglie che aveva combattuto, le numerose cicatrici e gli onori conquistati sul campo lo dispensavano dall’arruolamento, ma non soltanto era ritornato lui sotto le armi, quanto convinse altri 800 suoi ex commilitoni a fare lo stesso.
Godeva di grande stima e le sue parole trovavano ascolto tra i soldati e tra il popolo. Come tribuno s’era comportato come in guerra: con onestà, determinazione e coraggio. I Decemviri avevano ragione ad avere paura di quel centurione che la gente chiamava l’Achille romano.
L’ordine di ammazzarlo era sembrata la mossa vincente, il classico tagliar la testa al toro; ma fu impresa più difficile del previsto e dagli effetti letali per i mandanti. Una delle molte circostanze nelle quali l’eterogenesi dei fini si manifesta appieno. L’aveva intuito Niccolò Machiavelli, ma fu Giambattista Vico, negli anni intorno al 1700, a teorizzare il fatto che ad azioni intenzionali possono seguire conseguenze non intenzionali («…che gli è questo mondo, senza dubbio, uscito da una mente spesso diversa ed alle volte tutta contraria…»). L’atto di nascita lo si deve al padre della psicologia Wilhelm Maximilian Wundt che, nei primi anni del Novecento, coniò l’espressione Heterogonie der Zwecke.
L’assassinio di Siccio fu esiziale per i Decemviri più delle sue orazioni pronunciate nel Foro.
I particolari dell’omicidio li racconta lo storico Dionigi di Alicarnasso, vissuto ai tempi dell’imperatore Augusto. Prima di dare la parola a lui (cioè alla traduzione fatta da Mastrofini nel 1823), è d’obbligo riportare la sintesi che troviamo nelle “Notti Attiche”, lo straordinario zibaldone di idee, fatti e curiosità scritto da Aulo Gellio nel secondo secolo d.C. Leggiamo: «Lucio Sicinio Dentato, che fu tribuno della plebe nell’anno dei consoli Spurio Tarpeio e Aulo Aternio (450 a.C. ndr), è presentato dagli annali come un combattente valoroso oltre ogni credere. Il suo straordinario coraggio gli procurò un nome, e fu detto l’Achille romano. Di lui si narra che: affrontò il nemico in 120 battaglie; non riportò alcuna cicatrice sulla schiena, 45 di fronte; fu premiato con 8 corone d’oro, 1 ossidionale, 3 murali, 14 civiche; con 83 collane, più di 160 bracciali, 18 aste; fu premiato con fàlere 25 volte; ricevette numerose spoglie militari, generalmente provocatorie; con i suoi comandanti celebrò 9 trionfi».
L’aggettivo “provocatorie” indica che le spoglie del nemico Sicinio (Gellio non lo chiama Siccio come Livio) se l’è guadagnate dopo aver sfidato e vinto il nemico in duello.
Dionigi di Alicarnasso scrive nelle “Antichità romane”: «Lo accolsero al giunger suo con benevolenza i duci (…) L'uom d'arme, tutto ingenuo in sestesso, che non capiva i prestigi delle parole, e quanto erano ingannevoli…». È sempre così: il guerriero non concepisce disonestà e perciò nemmeno la riconosce negli altri. Quando gli viene proposto di guidare cento uomini per una missione esplorativa, accetta senza sospettare inganni.
Leggiamo: «Quegli, essendo ancor notte, spediscono lui senza indugio, e con lui cento i più baldanzosi de' loro fautori, istrutti, e mossi ad ucciderlo con lusinga amplissima di ricompense (…) Or tutti (ed erano molti) assalendovelo; ne uccide intorno a quindici, feritone il doppio: e parea, se lo assalivan da presso, che avrebbe, combattendo, straziato ancor gli altri. Ma questi, conceputolo per invincibile, e come non era da prenderlo a corpo a corpo; non vennero in tal modo alle mani: ma tenendosi lontani da lui; lo fulminarono con dardi, sassi, e legni. Ed altri avanzandosi di fianco in sul monte, e riuscendogli a tergo, rotolavano dall'alto macigni stragrandi: talché per la moltitudine de' dardi lanciatigli contra, e per la enormità de' sassi che cadeano romorosi dall'alto, lo oppressero in fine: e questo fu il termine incontrato da Siccio».
Per ucciderlo, dunque, dovettero trafiggerlo di frecce e travolgero con una valanga di pietre, altrimenti Siccio li avrebbe tutti sterminati.
Gli assassini tornarono al campo e dissero che Siccio e altri erano stati uccisi in un agguato dai nemici.
Lo storico greco prestato a Roma (con vantaggio di tutti e non come certi magistrati prestati alla politica) racconta che i commilitoni vollero andare sul posto per recuperarne il corpo.
«Giunti al sito e vistovi non selve, non valli, non luoghi consueti per le insidie, ma una balza tutta nuda ed aperta, ed angusta a passarla; sospettaron bentosto ciocch'era. Avvicinatisi quindi ai cadaveri e mirato Siccio e gli altri derelitti, ma senza essere spogliati; si meravigliarono che i nemici, vincendo, non avessero levate loro non le vesti, nè le armi».
I nemico ti spoglia dopo averti ucciso, come mai non l’ha fatto? Per di più non ce ne sono tracce: «…tennero per impossibile che i nemici fossero su loro venuti improvvisi, quasi uccelli, o uomini discesi dal cielo».
Non sono stati i nemici, ma gli stessi legionari tant’è che intorno a Siccio ci sono soltanto cadaveri romani e che lui solo è trafitto da frecce.
Tornarono al campo e chiesero che gli assassini fossero puniti. I Decemviri ciurlarono nel manico (prerogativa sempiterna dei politicanti) e questo fatto, insieme con un altro misfatto a danno di una vergine, segnò a loro fine.
Lucio Siccio Dentato restò nella memoria anche perché tra una guerra e l’altra trovò il tempo di fondare Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno.