EUROPA, E QUALE

di

Attilio Cucchi

In una fase storica e politica in cui può apparire illusorio pensare a un'Europa unita e tantomeno ispirata a una volontà rivoluzionaria è opportuno ribadire quale sia, al di là dei possibili sviluppi storici futuri, l'idea di Europa imperiale cui ci ispiriamo e che vagheggiamo.
È opportuno tuttavia aver ben presente che finora, da lustri, il fumoso e mistificatorio dibattito sul tema ha avuto come riferimento, almeno nel sentire comune se non fra le vere o presunte avanguardie rivoluzionarie, esclusivamente i due modelli, quello tecnocratico e dirigistico alla Monnet, e quello democratico-federalista, velenoso quanto utopistico, alla Spinelli, quello, per intenderci, celebrato anche di recente del cosiddetto Manifesto di Ventotene. Fra i massimi statisti del dopoguerra non si è quasi mai parlato di un'Europa unita politicamente che avesse una sua politica, quindi una sua identità e una visione geopolitica e geostrategica, il cui corollario fosse, fra l'altro, una forza armata indipendente dotata anche del deterrente atomico.

Questo non era naturalmente concepibile dopo una sconfitta militare che in realtà non coinvolgeva solo le ex potenze dell'Asse, Italia e Germania, ma tutti gli altri paesi, dai presunti vincitori, Francia (questa attuò con maggior fortuna dell'Italia il gioco delle tre carte che la vide sedere al tavolo dei vincitori) e Gran Bretagna, agli sconfitti d'oltrecortina. Non era concepibile a causa di una duplice occupazione che di fatto ha privato l'Europa, com'è noto, dell'iniziativa politica e militare.


Sarebbe d'altronde giusto chiedersi se le due potenze occupanti avevano in fondo avuto buon gioco di quella che, anche nei secoli, si era dimostrata, con Metternich, davvero un'espressione geografica. Esiste naturalmente una storia e una cultura, religiosa ma non solo, che hanno consolidato nei secoli l'identità del nostro continente, ma va preso atto che sia Napoleone che Hitler fallirono, con mezzi e strategie sia pur differenti, dovendosi muovere su un terreno oltremodo frammentato, dovendo fare i conti col retaggio di localismi ed egoismi nazionali ante-litteram che per almeno due volte, in occasione dell'invasione mongola del XIII secolo e dell'assedio turco a Vienna, non avevano minimamente avvertito la necessità di difendere una patria  non percepita, e si badi, qui non si parla antistoricamente di Europa Nazione, ma semplicemente della mancata percezione, da parte di diverse potenze, di un pericolo mortale che si profilava, proprio come oggi si può cogliere l'assenza di una politica comune di difesa contro l'aggressione sostituzionista.  
È giusto e doveroso ricordare che l'idea di Europa come unione di popoli in una fede e un ideale condivisi nasce a Berlino nel 1945, quando volontari di ogni paese difesero fino all'ultimo quel che restava dell'ultimo impero europeo: da lì nasce il sogno di un impero continentale in grado di garantirsi uno spazio e un'esistenza fra i nuovi colossi che si stavano affermando sulla scena mondiale, Usa, Urss, Cina e in prospettiva India. Tutto ciò resta però un ideale, anche perchè le due superpotenze per oltre mezzo secolo hanno fatto di tutto per soffocare quel sogno e quel progetto politico, consentendo esclusivamente qualche vaga aspettativa su mercati comuni senza un'identità politica e militare: il lavaggio del carattere aveva riguardato tutti gli europei, ulteriormente colpevolizzati dalla retorica del fardello dell'uomo bianco. Aveva riguardato tutti gli europei, anche se si era esercitato soprattutto sulla Germania, e ci piace ricordare la metafora usata da un nostro camerata, che parlava, nel caso tedesco, di soppressione dell'ape regina nell'alveare.
Se dunque quello di Europa è essenzialmente ancora un ideale, un mito, è un mito da difendere, da agitare, da far lievitare nelle coscienze di quei 400 milioni di connazionali di cui parlava Thiriart. Sarà fondamentale chiarire che federalismo e superstato tecnocratico sono due specchi per le allodole, che il loro fine criminale è “dimenticare” e squalificare l'Europa. Questo non deve significare un rifiuto aprioristico dell'Unione Europea, come è stato chiarito nel quaderno L'Europa, deve piuttosto essere la base di una riflessione e di un approfondimento concettuale dei concetti di Europa come necessità e come identità, dell'altra Europa possibile, definendo chiaramente cosa non ci piace di quest'Europa e come si possa arrivare a un'alternativa. Il vero problema sta forse nel fatto che qualsiasi direttiva o struttura che sia emanazione dell'Europa attuale rischia di essere interpretata come un qualcosa di aprioristicamente negativo. In realtà da anni, dietro slogan anche giusti ma di facciata, si è persa di vista sia l'Europa possibile che un'analisi precisa dei limiti e delle potenzialità, se ve ne sono, di quella attuale. In questo senso l'anno che verrà, a un secolo dalla rivoluzione d'Ottobre, ci pone di fronte alla sfida di agire per ricostruire questo impero attualmente solo allo stato potenziale.