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EUROPA, E QUALE


Sarebbe d'altronde giusto chiedersi se le due potenze occupanti avevano in fondo avuto buon gioco di quella che, anche nei secoli, si era dimostrata, con Metternich, davvero un'espressione geografica. Esiste naturalmente una storia e una cultura, religiosa ma non solo, che hanno consolidato nei secoli l'identità del nostro continente, ma va preso atto che sia Napoleone che Hitler fallirono, con mezzi e strategie sia pur differenti, dovendosi muovere su un terreno oltremodo frammentato, dovendo fare i conti col retaggio di localismi ed egoismi nazionali ante-litteram che per almeno due volte, in occasione dell'invasione mongola del XIII secolo e dell'assedio turco a Vienna, non avevano minimamente avvertito la necessità di difendere una patria  non percepita, e si badi, qui non si parla antistoricamente di Europa Nazione, ma semplicemente della mancata percezione, da parte di diverse potenze, di un pericolo mortale che si profilava, proprio come oggi si può cogliere l'assenza di una politica comune di difesa contro l'aggressione sostituzionista.  
È giusto e doveroso ricordare che l'idea di Europa come unione di popoli in una fede e un ideale condivisi nasce a Berlino nel 1945, quando volontari di ogni paese difesero fino all'ultimo quel che restava dell'ultimo impero europeo: da lì nasce il sogno di un impero continentale in grado di garantirsi uno spazio e un'esistenza fra i nuovi colossi che si stavano affermando sulla scena mondiale, Usa, Urss, Cina e in prospettiva India. Tutto ciò resta però un ideale, anche perchè le due superpotenze per oltre mezzo secolo hanno fatto di tutto per soffocare quel sogno e quel progetto politico, consentendo esclusivamente qualche vaga aspettativa su mercati comuni senza un'identità politica e militare: il lavaggio del carattere aveva riguardato tutti gli europei, ulteriormente colpevolizzati dalla retorica del fardello dell'uomo bianco. Aveva riguardato tutti gli europei, anche se si era esercitato soprattutto sulla Germania, e ci piace ricordare la metafora usata da un nostro camerata, che parlava, nel caso tedesco, di soppressione dell'ape regina nell'alveare.
Se dunque quello di Europa è essenzialmente ancora un ideale, un mito, è un mito da difendere, da agitare, da far lievitare nelle coscienze di quei 400 milioni di connazionali di cui parlava Thiriart. Sarà fondamentale chiarire che federalismo e superstato tecnocratico sono due specchi per le allodole, che il loro fine criminale è “dimenticare” e squalificare l'Europa. Questo non deve significare un rifiuto aprioristico dell'Unione Europea, come è stato chiarito nel quaderno L'Europa, deve piuttosto essere la base di una riflessione e di un approfondimento concettuale dei concetti di Europa come necessità e come identità, dell'altra Europa possibile, definendo chiaramente cosa non ci piace di quest'Europa e come si possa arrivare a un'alternativa. Il vero problema sta forse nel fatto che qualsiasi direttiva o struttura che sia emanazione dell'Europa attuale rischia di essere interpretata come un qualcosa di aprioristicamente negativo. In realtà da anni, dietro slogan anche giusti ma di facciata, si è persa di vista sia l'Europa possibile che un'analisi precisa dei limiti e delle potenzialità, se ve ne sono, di quella attuale. In questo senso l'anno che verrà, a un secolo dalla rivoluzione d'Ottobre, ci pone di fronte alla sfida di agire per ricostruire questo impero attualmente solo allo stato potenziale.

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