UNA NUOVA GUERRA DELLE PAROLE

 

La recente vicenda dell'uso da parte di un politico del termine razza, con tutta la polemica che ne è seguita, ripropone la questione dell'uso di termini specifici a scopo di mistificazione, falsificazione e disinformazione che ormai da decenni si verifica, con un'enfasi specifica sul carattere offensivo di certe espressioni, ma che riguarda anche il riciclaggio, a fini dialettici e appunto disinformativi, o di mera polemica, di quelli che sono divenuti ormai da tempo veri e propri “tic verbali”, come pure l'uso di termini nuovi sempre in funzione dell'imposizione delle proprie “verità”, o “idee forza” come passe-partout di una precisa politica.
Si è ormai in presenza di processi mentali e culturali, oltre che ideologici, soprattutto nell'ambito dell'ideologia dominante, che sono di diversa natura ma convergono nell'obiettivo di un'ulteriore livello di massificazione ed eliminazione di pensieri antagonisti e differenti. Come è stato giustamente evidenziato si può e si deve vedere all'origine di questi fenomeni quella nuova forma di comunismo prodottasi fra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta anche a causa della rilettura e del ripensamento della dottrina marxiana attuasi sulla scorta della Scuola di Francoforte.Questa mutazione si manifesta particolarmente nel linguaggio, con risultati che hanno riplasmato la stessa prassi giornalistica, anche per il rapporto particolare creatosi fra quelli che vengono spesso definiti operatori dell'informazione e le loro fonti, non di rado legate a centri sociali o soggetti analoghi. Non è questa la sede di un'analisi circostanziata e della trattazione complessiva di fenomeni e tendenze di natura e con implicazioni diverse, basti al momento accennare alla polemica sulle cosiddette, come le chiamano i barbari, «fakenews», o false notizie, e alle nuove manifestazioni, all'inveramento, della orwelliana neolingua.


Riguardo alle «fakenews» qui ci interessa come la semplice idea che esitono ha generato una grande confusione e indotto a credere che ormai la falsificazione regni sovrana, cosa che se da un lato può rusultare utile ai fini di una maggior attenzione nell'informarsi dall'altra ha consentito, proprio a chi per decenni ha fatto della menzogna la propria miglior arma, di porre in dubbio la legittimità stessa di pronunciamenti elettorali, condendo il tutto con invenzioni sociologiche sulla qualità di elettori che determinano certi risultati elettorali, solitamente etichettati come vecchi, ignoranti, professionalmente dequalificati e appunto vittime acritiche delle false notizie sparse in rete.
Tutta questa offensiva in nome della “verità” si avvale di una serie di termini che stanno progressivamente acquisendo cittadinanza nel lessico giornalistico e mediatico, come pure nel linguaggio dei social network, e che si stanno imponendo in moaniera assiomatica.
È appunto il caso di «ignoranza», termine che ha cominciato a circolare con insistenza almeno a partire dal voto sulla brexit, anche se non a caso la famosa battuta di Hans Jost nell'opera Schlageter, quella sulla mano alla fondina al solo sentir pronunciare la parola «cultura», è stata spesso utilizzata proprio per stigmatizzare la presunta ignoranza di una certa parte politica e di un ben preciso mondo umano, un utilizzo che conferma la vocazione illuminista della parte avversa.
Solo l'ignoranza, secondo lor signori, spiega le tendenze politiche attualmente in atto in Europa come pure in Italia, ed una condizione che viene sfruttata ricorrendo, ad esempio, al presunto mimetismo  di gruppi che travestendosi e spandendo nebbia sulla loro natura, svolgerebbero attività di assistenza sociale e supporto agli indigenti colpiti dalla crisi, al solo scopo di costruire una nuova forma di consenso politico. Va da sé che un'accusa del genere potrebbe essere tranquillamente rivolta a chi ha condotto per decenni un'azione appunto mimetica con le più disparate associazioni e sotto le più innoque sigle, resta il fatto che in questa fase probabilmente il grande successo di un'organizzazione come Alba Dorata ha gettato nel panico gli osservatori politici del sistema. Tradendo una concezione della politica basata sull'opportunismo e il materialismo, e non potendo concepire che esistano organizzazioni che concepiscono la politica come milizia, quegli stessi osservatori hanno adottando un altro termine, mercato, non in riferimento a quello spazio virtuale assurto quasi a realtà metafisica, ma proprio come piazza in cui i nuovi soggetti emergenti della politica, soprattutto quelli minoritari e non conformi, tenterebbero di piazzare la loro merce. Va da sé che uno dei prodotti di cui esiste quasi una sorta di sovrapproduzione sia il populismo, nuovo spettro che si aggirerebbe per l'Europa minacciandone lo splendido progetto. Qui siamo ovviamente in presenza di un termine già divenuto una sorta di categoria dello spirito, un nuovo arnese per silenziare l'avversario, e il vero paradosso in questo caso consiste nello stravolgimento e nello slittamento stesso di senso di uno dei più importanti e versatile termine del lessico politico degli ultimi centocinquanta anni, un termine utilizzato in aree geopolitiche anche molto diverse e spesso mistificato, soprattutto a partire almeno dagli anni Novanta del secolo scorso.
La realtà politica forse più abile ad attuare quella mimesi di cui si diceva sarebbero appunto gruppi e movimenti riconducibili alla destra radicale storica, costituenti di fatto quella sorta di galassia che si configura come il nuovo pericolo per la democrazia e l'Unione europea, i cosiddetti fascismi, termine con cui si vuol ostentare una conoscenza a 360° ed estremamente approfondita delle varie forme sotto cui si manifesterebbe, oggi come... ottant'anni fa il pericolo e il più recidivo ostacolo allo sviluppo della democrazia più compiuta.
Ma non solo questo approccio pseudopolitologico contraddistingue la nuova guerra delle parole, dato che si assiste anche a una sorta di definizione clinica, anzi, di fatto neuropsichiatrica, che se non implica il ricorso alla repressione psicopoliziesca indica di fatto l'assimilazione del dissenso a forme patologiche varie. Questo vale per termini ormai quasi assimilati alla lingua parlata stessa, tanta è stata la virulenza e la ripetività con cui sono stati veicolati. Eredi e fratelli minori dell'antico e a sua volta abusato xenofobia sono gli attuali omofobia e islamofobia, finalizzati a creare la più ampia e vincolante apertura verso fenomeni evocati. Tali termini si giovano anche di una difficoltà semantica che non consente di usarne di alternativi facilmente sostituibili, per cui se  ad esempio anticomunista e anticomunismo sono chiari e scorrevoli risulta difficile definirsi o negare di essere antiomo o antiislam, sebbene un'eventuale discussione dovrebbe svolgersi proprio su quelle basi, per difendere una posizione o negare di aderirvi. Il risultato è che, anche in senso molto lato, posizioni che osteggino l'educazione gender negli asili piuttosto che la riproposizione ossessiva di personaggi omosessuali in programmi televisivi o politiche basate comunque sulla negazione delle differenze collocano inevitabilmente i sostenitori nell'ambito della patologia. Naturalmente queste considerazioni valgono anche per islamofobo e islamofobia, con l'aggravante che essendo tranquillamente spendibili riferendosi all'afflusso massiccio di migranti dal continente africano si prestano a contrastare ogni forma di opposizione a quel devastante fenomeno.
Inoltre nella guerra delle parole non si assiste solo all'uso di determinati termini come armi, la contesa si sposta in certi casi sul senso stesso: è stato, recentemente, il caso della parola tradimento, accusa che rivolta durante il “blitz” di como a una ONG è stata subito rimasticata e rielaborata da alcuni media per ribadire che il tradimento fu quello operato “consegnando la patria all'invasore”.
Come si è visto, sia pure in modo esemplificativo, è in atto una rielaborazione del lessico politico e del linguaggio stesso del potere che punta a banalizzare e a imporre con violenza nuovi concetti, e la gravità della situazione epocale che si sta vivendo imporrà sempre più la necessità di comprendere e contrastare questa tendenza, che solo apparentemente si configura come una questione formale, ed è invece spazio ben definito nella guerra delle informazioni.
Attilio Cucchi 

 

 

[1] Curiosamente, e in modo sotto certi aspetti grottesco, viene accusata di ricorrere a questa prassi quella stessa area politica che circa quarant'anni fa era sospettata e accusata di fornire manovalòanza alle strategie golpiste, essendo portatrice di una mentalità e di una prassi militarista che spingeva molti dei suoi appartenenti all'adozione di un look tipicamente militaresco  caratterizzato soprattutto da capi di tipo appunto mimetico.