Guerra civile americana (1861-1865)


ANCHE UN GARIBALDI COMBATTE' CON I SUDISTI



«La nostra brigata è entrata in battaglia per due volte, la seconda volta sulle barricate del fronte yankee e li abbiamo fatti scappare… Nel combattimento ho trovato una cartella piena di carta da lettere e buste delle quali avevo bisogno e un cappotto di tela cerata, i nostri ragazzi ora hanno una buona provvista di tela cerata». Dalla Virginia scriveva così alla moglie Sarah Poor il sergente John (Giovan Battista) Garibaldi all’indomani della battaglia di Chancellorsville.
Fra le principali e più sanguinose della guerra civile americana (12 aprile 1861 - 9 aprile 1865), quella di Chancellorsville vide la vittoria dell’Armata confederata della Virginia settentrionale comandata dal full general Robert Edward Lee contro l’Armata del Potomac del major general Joseph Hooker.

Per avere un’idea delle collocazioni gerarchiche, annotiamo che nell’esercito italiano Lee sarebbe stato un generale d’armata e Hooker un generale di divisione.

 

 

 

 

 

ESERCIZI PER L’ESSERE RELIGIOSO

 

17 dicembre 2015
Rubrica di Lanfranco Calbonati


Con piacere e per amicizia con gli animatori di queste pagine, ho accolto l’invito a tenere una breve rubrica con cadenza periodica sul tema della spiritualità tradizionale, o, per meglio dire, sui modi tramite i quali, chi è vicino alla nostra visione politico-culturale mondo, può attuare delle pratiche religiose proprie del riconoscersi come uomini e donne radicati nell’ecumene italico e europeo.
La sfida che mi propongo è quella di avanzare delle proposte che non risultino superficiali, ma al contempo pratiche, semplici, chiare, non cervellotiche. Inoltre, che si pongano su un piano marcatamente differente degli ormai onnipresenti consigli di stampo “New Age”, indifferenziati e globalizzati, cui addirittura molti esponenti delle religioni più diffuse si piegano . Noi ci riferiamo piuttosto a un’eredità, ancorché mutuata e attualizzata (come è giusto che sia), che ci consegna un

 

 

 

 

SOLSTIZIO D'INVERNO

 

“In linguaggio astronomico il solstizio d’inverno è il giorno in cui il sole tocca il punto più basso dell’ellittica, quasi come se si allontanasse e sprofondasse nella notte. All’epoca delle grandi glaciazioni, l’umanità di razza bianca rimasta sul continente europeo celebrava in questo giorno la morte e la resurrezione del sole. All’alba, dopo la notte più lunga dell’anno, fuochi a forma di ruota salutavano il sole invitto risorgente dall’abisso. Oggi, sull’orizzonte dell’Europa, è solstizio d’inverno, un interminabile inverno di servitù e di vergogna. Ma noi crediamo, noi vogliamo credere all’imminente resurrezione della luce”.

Adriano Romualdi

Il solstizio d'inverno nel vecchio calendario Giuliano cadeva il 25 dicembre e celebrava le nozze della notte più corta con il giorno più lungo. La rinascita del mondo.

Il termine solstizio viene dal latino solstitium, che significa letteralmente “sole fermo”, perchè nell’emisfero nord della terra, nei giorni  dal 22 al 24 dicembre, il sole sembra fermarsi in cielo, fenomeno tanto più evidente quanto più ci si avvicina all’equatore.

 

 

 

LA MONTAGNA COME MAESTRA DI VITA

 

A volte ci sono dei testi che, seppur incompiuti, sono incredibilmente pieni di significati e di insegnamenti di vita. Uno di questi è il Monte Analogo di Renè Daumal, una sorta di avventura interiore con la montagna come protagonista. Quest’ultima è rappresentata come metafora della vita e delle sue difficoltà. Entrambe per anni possono essere vissute in modo superficiale e a distanza ma può sempre arrivare quel giorno in cui ci si decide finalmente di partire dalla base per giungere in cima. Più la salita è ardua e difficile, più siamo stimolati nel superare i nostri limiti. Chiunque abbia provato anche a livello amatoriale una scalata, sa benissimo che le sensazioni più forti si provano non col raggiungere la vetta ma col cammino necessario per arrivarci.

Non si può pensare di giungere in cima in fretta e senza alcuna preparazione. Al contrario, bisogna prima imparare a tenere i piedi ben saldi alla base e poi, con calma e senza fretta, iniziare la salita per giungere in vetta. La cima, inoltre, non rappresenta l’approdo finale. L’impresa infatti si esaurisce solo tornando in pianura, con l’immagine della montagna in lontananza. Questa figura non sarà

 

 

 

 

LA BATTAGLIA DI NONZA DEL 1768

 

Giacomo Casella, l’uomo
che tenne in scacco i Francesi

«Mirate agli ufficiali e sparate a colpo sicuro…. Non sprecate polvere e pallottole…. Voialtri al cannone, puntatelo verso quel gruppo di cavalieri in fondo…Sergente, tieni a freno i tuoi uomini e state pronti per la sortita». Al riparo di un merlo in cima alla rocca, gli ordini del capitano della milizia paolina Giacomo Casella piombavano giù come staffilate sui 1.200 soldati e ufficiali francesi schierati sotto le mura della Torre di Nonza. Al loro comando c’era uno dei generali più attivi nella guerra per la conquista della Corsica, il maresciallo di campo conte di Grandmaison.
Il conflitto durava da quattro anni, da quando cioè, nel 1764, la Repubblica di Genova aveva chiesto aiuto a Luigi XV re di Francia. I Genovesi, padroni della Corsica, ne erano stati cacciati nel 1755 da un’insurrezione guidata dal generale Pasquale Paoli. L’indipendenza della Repubblica Corsa durò 13 anni: finì con la battaglia di Ponte Nuovo.