LA LEGGE DEL SANGUE

 

 


Molto si è scritto nel dopoguerra sulla politica razziale del nazionalsocialismo ma ben pochi ne hanno compreso l’essenza. Quasi tutti hanno posto l’accento sull’interpretazione puramente biologica della stessa, senza rendersi conto che questo faceva parte unicamente della propaganda. Se andiamo ad analizzare nel profondo la politica tedesca degli Anni Trenta, ci rendiamo conto come la razza non fosse un fine della relativa legislazione ma un mezzo. Il reale scopo di quella politica non era certo quello di dar vita ad un popolo di alti, biondi e palestrati. L’obiettivo era molto più elevato: far riaffiorare la Weltanschauung, cioè la Visione del Mondo dell’antico popolo germanico. Si trattava di far riaffiorare lo spirito indoeuropeo, obnubilato da millenni ma ancora ben presente nell’inconscio dell’homo europeus.
Visione del Mondo che era radicalmente antitetica a quella allora imperante, anche in materia religiosa. Leggiamo quanto ha scritto Johann Chapoutot nel suo La legge del sangue: “La religiosità germanica si caratterizza innanzitutto per la prossimità tra il divino e gli uomini.Nelle religioni orientali (ebraismo, cristianesimo…), Dio è un signore potente e il fedele uno schiavo: nelle lingue semitiche, il verbo pregare deriva dalla radice abad che significa essere schiavo.

 

 

 

DEFINIRE IL COMUNISMO

 

 

Saper riconoscere le qualità o i meriti di un avversario è sempre un segno di spirito cavalleresco e di onestà intellettuale, anche comprenderene le motivazioni o il punto di vista può risultare utile. Molto diverso è finire per provare una sorta di fascinazione frutto soprattutto della sua azione psicologica, ancor peggio non saperne cogliere le eventuali metamorfosi o le sue nuove manifestazioni, o credere che non esista più e non possa più manifestare, anche con altre forme, la sua pericolosità. Queste note non hanno la pretesa di risolvere una questione, che non è affatto nominalistica, e che si presenta in tutta la sua complessità, quella del comunismo e del sovvervisismo, intesi non solo come forme storiche organizzate, ma come ininterrotta affermazione dello spirito ultrademocratico borghese e della logica dell'oltranzismo egualitarista.
Sarebbe facile, per non dire semplicistico, citare i passi in cui Evola individuava una sorta di coincidenza fra capitalismo e comunismo, come risulta altrettanto facile sostenere che il comunismo non esiste più dal 1989, ma in realtà si usa spesso un termine, quello di comunismo, intendendo concetti anche diversissimi, e riferendosi, per negarlo o affermarlo, ad aspetti ed esperienze del passato. Sono esistiti un comunismo utopistico, di guerra, comunismi nazionali e settarismi vari, con interpretazioni diverse e contraddittorie tipiche di tutte le religioni.

 

 

 

UNO SPETTRO SI AGGIRA PER LA RETE- E' IL FASCIO SOCIAL

Mario Tuti

 

Ciò che occorre allora è accorgersi di questo ospite inquietante e guardarlo bene in faccia, per poi procedere in direzione ostinata e contraria…
Perché Facebook è diventato covo degli ammazzasette e dei trombofasci da tastiera.
Sfogano su internet tutte le passioni che gli sono rimaste, e al di là dallo schermo si scoprono senza forze, senza idee, senza valori, senza palle, oscillando tra una furia ostentata, con risse sui blog e profili reciprocamente bannati, ed il caratteristico vittimismo.
“/Recitando un rosario / di ambizioni meschine / di millenarie paure /di inesauribili astuzie/ Coltivando tranquilli / l'orribile varietà / delle proprie superbie / come un'anestesia / come un'abitudine./” Come cantava ormai 20 anni fa De André...
Gli sfoghi cominciano solitamente con le parole “dovrebbero” o “bisognerebbe”. Chi sarebbe il salvatore, o i salvatori, non è dato saperlo. Forse Mussolini, Hitler, o – si parva licet - Salvini, Putin, addirittura la Meloni (lei? salvare chi? al massimo le sue parassitarie prebende!), spesso è genericamente “il popolo” che “vedrai tu quando…”
Il “quando” fissa una prospettiva fosca - quando non ci sarà più da mangiare, quando staremo tutti per strada, quando avremo toccato il fondo, quando i clandestini ci avranno invaso - oppure un decisivo momento di rottura - quando ci sveglieremo, quando “avremo vinto”. Allora li saremmo “andati a prendere”.
E chi li andrebbe a prendere? Loro?!? Capaci al più di postare selfie col saluto romano o smorfie a culo di gallina? Ma via..!

 

 

TOJO. IL SACRO E L’AZIONE

Francesco Cobe

da www.noreporter.org di martedì 30 e mercoledì 31 agosto, giovedì 01 e venerdì 02 settembre 2016



Premessa sull’Estremo Oriente e il Fascismo nipponico

Non si intende, ricordando il generale Tojo, confrontarsi con le varie correnti storiografiche che hanno, nel dopoguerra, affrontato la tematica del Fascismo nipponico. Ciò perché il debito di queste correnti (anche di quelle liberali o conservatrici) verso il metodo di analisi marxista è indubbio e finisce per creare equivoci e confusioni di ogni sorta. Non si può negare che in moltissimi ambiti il metodo marxista, se rigoroso, è senz’altro valido; ma mostra ad esempio indubbie contraddizioni quando si sofferma ad esaminare fenomeni in primo luogo “ideali” come l’ascesa napoleonica ed il Fascismo. La tesi marxista del modo di produzione asiatico è stata poi fortemente contrastata con solidi argomenti da varie scuole economiche. Come mostrato da Vittorio Volpi in almeno cinque fondamentali testi, la categoria del “capitalismo giapponese” è fallace ed errata per il dopoguerra; figurarsi quanto possa essere esatta per il Giappone degli anni ‘30 e ‘40, nonostante sia usata disinvoltamente da studiosi del fenomeno, come Gatti e seppur in parte Mazzei.

 

 

 

 

NEOLINGUA E "POLITICALLY CORRECT"

 

Il ricorso all'espressione politicamente corretto non è un'invenzione dei giorni nostri, e nemmeno di una ventina d'anni fa. Ricordiamo di averla sentita già nei primi anni Settanta, anche se aveva il senso di un ricorso a un codice comportamentale, piuttosto che esclusivamente linguistico. Nacque quindi molto probabilmente intorno al 1968, e recentemente la comunicazione di Jezz Turner all'incontro di E u r h o p e tenutosi a Milano ne ha fatto l'oggetto principale, segnalandone la pervasività e il suo carattere particolarmente pernicioso. In effetti il criterio del politically correct si segnala sempre di più come una sorta di correttore automatico delle modalità linguistiche non conformi al linguaggio del potere, di per sè sempre più innovativo e staccato sia dalla retorica tradizionale che dal senso comune.        Ci si trova di fronte al più perfezionato e scientifico esperimento di creazione di una vera neo-lingua, diversamente dagli stessi linguaggi totalitari storicamente conosciuti, che si limitavano a creare una loro retorica enfatizzando alcuni aspetti ed eliminando termini non graditi, ovvero individuando quelli su cui insistere con toni negativi.