UNO SPETTRO SI AGGIRA PER LA RETE- E' IL FASCIO SOCIAL

Mario Tuti

 

Ciò che occorre allora è accorgersi di questo ospite inquietante e guardarlo bene in faccia, per poi procedere in direzione ostinata e contraria…
Perché Facebook è diventato covo degli ammazzasette e dei trombofasci da tastiera.
Sfogano su internet tutte le passioni che gli sono rimaste, e al di là dallo schermo si scoprono senza forze, senza idee, senza valori, senza palle, oscillando tra una furia ostentata, con risse sui blog e profili reciprocamente bannati, ed il caratteristico vittimismo.
“/Recitando un rosario / di ambizioni meschine / di millenarie paure /di inesauribili astuzie/ Coltivando tranquilli / l'orribile varietà / delle proprie superbie / come un'anestesia / come un'abitudine./” Come cantava ormai 20 anni fa De André...
Gli sfoghi cominciano solitamente con le parole “dovrebbero” o “bisognerebbe”. Chi sarebbe il salvatore, o i salvatori, non è dato saperlo. Forse Mussolini, Hitler, o – si parva licet - Salvini, Putin, addirittura la Meloni (lei? salvare chi? al massimo le sue parassitarie prebende!), spesso è genericamente “il popolo” che “vedrai tu quando…”
Il “quando” fissa una prospettiva fosca - quando non ci sarà più da mangiare, quando staremo tutti per strada, quando avremo toccato il fondo, quando i clandestini ci avranno invaso - oppure un decisivo momento di rottura - quando ci sveglieremo, quando “avremo vinto”. Allora li saremmo “andati a prendere”.
E chi li andrebbe a prendere? Loro?!? Capaci al più di postare selfie col saluto romano o smorfie a culo di gallina? Ma via..!

 

 

TOJO. IL SACRO E L’AZIONE

Francesco Cobe

da www.noreporter.org di martedì 30 e mercoledì 31 agosto, giovedì 01 e venerdì 02 settembre 2016



Premessa sull’Estremo Oriente e il Fascismo nipponico

Non si intende, ricordando il generale Tojo, confrontarsi con le varie correnti storiografiche che hanno, nel dopoguerra, affrontato la tematica del Fascismo nipponico. Ciò perché il debito di queste correnti (anche di quelle liberali o conservatrici) verso il metodo di analisi marxista è indubbio e finisce per creare equivoci e confusioni di ogni sorta. Non si può negare che in moltissimi ambiti il metodo marxista, se rigoroso, è senz’altro valido; ma mostra ad esempio indubbie contraddizioni quando si sofferma ad esaminare fenomeni in primo luogo “ideali” come l’ascesa napoleonica ed il Fascismo. La tesi marxista del modo di produzione asiatico è stata poi fortemente contrastata con solidi argomenti da varie scuole economiche. Come mostrato da Vittorio Volpi in almeno cinque fondamentali testi, la categoria del “capitalismo giapponese” è fallace ed errata per il dopoguerra; figurarsi quanto possa essere esatta per il Giappone degli anni ‘30 e ‘40, nonostante sia usata disinvoltamente da studiosi del fenomeno, come Gatti e seppur in parte Mazzei.

 

 

 

 

NEOLINGUA E "POLITICALLY CORRECT"

 

Il ricorso all'espressione politicamente corretto non è un'invenzione dei giorni nostri, e nemmeno di una ventina d'anni fa. Ricordiamo di averla sentita già nei primi anni Settanta, anche se aveva il senso di un ricorso a un codice comportamentale, piuttosto che esclusivamente linguistico. Nacque quindi molto probabilmente intorno al 1968, e recentemente la comunicazione di Jezz Turner all'incontro di E u r h o p e tenutosi a Milano ne ha fatto l'oggetto principale, segnalandone la pervasività e il suo carattere particolarmente pernicioso. In effetti il criterio del politically correct si segnala sempre di più come una sorta di correttore automatico delle modalità linguistiche non conformi al linguaggio del potere, di per sè sempre più innovativo e staccato sia dalla retorica tradizionale che dal senso comune.        Ci si trova di fronte al più perfezionato e scientifico esperimento di creazione di una vera neo-lingua, diversamente dagli stessi linguaggi totalitari storicamente conosciuti, che si limitavano a creare una loro retorica enfatizzando alcuni aspetti ed eliminando termini non graditi, ovvero individuando quelli su cui insistere con toni negativi.

 

 

 

 

FERRUCCIO FERRUCCI

Il condottiero che scalava le mura

e menava coltellate

 

«…fui forzato a far di quelle cose che non erano l’offizio mio; e così imbracciai una rotella, e dando coltellate a tutti quelli che tornavano indietro, finalmente saltai in su quel riparo con una testa di cavalleggieri a piedi armati di tutte arme, con una picca in mano per uno, insieme con alcune lancie spezzate che io ho appresso di me; ed insignoritici del riparo, cominciammo a spingerci innanzi, e guadagnammo la piazza e l’artiglieria con grande uccisione di loro, togliendo loro due insegne, e vi morì un capitano; e così ci volgemmo a combatter casa per casa tanto che c’insignorimmo del tutto. La notte ne sopravvenne, nè si potette andar più avanti, ed eravamo in modo stanchi che nessuno poteva stare più in piedi. Feci tirar quella tanta artiglieria che avevo lor tolta sotto la fortezza, e metter le sentinelle, e lasciai a guardia della piazza…».

 

 

 

SPURIO LIGUSTINO

IL SOLDATO CHE MISE IL SENATO SULL'ATTENTI

 

A Roma c’è trambusto per l’arruolamento dei soldati per andare a combattere contro il re Perseo. Sarà la terza guerra macedonica (171-168 a.C.) e farà della Macedonia una provincia romana. Le rivalità fra consoli, ex consoli, pretori, tribuni… insomma all’interno della classe politica stanno complicando perfino le operazioni di leva oltre ad avviare manovre e contromanovre per i posti di comando. Un acceso dibattito si sviluppa dinanzi al popolo e ai tribuni della plebe. Dopo l’intervento di Marco Popìlio Lenate (era stato secondo console con Lucio Postumio Albino, il quale poi comanderà la seconda legione a Pidna sotto il comando di Lucio Emilio Paolo), chiede la parola un anziano centurione.
Quel discorso ci è stato tramandato da Tito Livio nella monumentale “Ab Urbe Condita libri CXLII” e grazie a questo storico vissuto tra il 59 a.C. e il 17 d.C., sappiamo cosa il centurione disse e, soprattutto, quale tipo d’uomo fosse.